venerdì 5 giugno 2015

Matilde al campo scuola


Matilde ieri è partita con i suoi amici pinguini e due eroici maestri per un campo scuola lungo, che più lungo non si può (perchè per una pupa di 5 anni, 4 giorni possono essere infiniti).
Ha preparato il suo zainetto a pois riempiendo di improbabili ma preziosi oggetti, tra cui una torcia e un lucidalabbra al lampone (selvaggia sì ma con stile), ha tirato su un trolley pesantissimo ma essenziale, con i sapienti gesti che solo una viaggiatrice consumata può fare, poi ha salutato garrula il suoi familiari e si è imbarcata in questa nuova piccola avventura.

Gli altri Cataratti sono rimasti increduli di fronte a tanta indipendenza affettiva, e hanno trattenuto maldestramente le conseguenze del groppo in gola.
Lo Squinzio ha distribuito baci e grandi sorrisi a tutti i bimbi, ai maestri, al coordinatore, agli accompagnatori e pure all'autista, con la disinvoltura di chi fa networking da svariati secoli. Non ha rinunciato a dare una controllatina agli pneumatici dell'autobus, annusare l'alito del guidatore e chiamare l'amata ACI.
Egle dopo un primo istante di smarrimento, ha apprezzato il momentaneo status di figlia unica (lusso raro per le secondogenite).

Io, che non sono avvezza a certe astruse forme di commozione, ho ripetuto come un mantra che noi "siamo l'arco da cui i nostri figli come frecce vive sono scoccati lontano", ma a quanto pare non è bastato.
Non vale a nulla sapere che Matilde è lì a scovare le lucciole e i girini, guardare tramonti meravigliosi, o a ascoltare fantastiche storie attorno al falò, con le persone migliori che le potessero capitare. E neanche l'idea di star crescendo una piccola e forte bambina che un giorno sarà una grande e forte donna, è in alcun modo consolatorio.
 L'assenza di quello scricciolo, seppur brevissima, brucia come uno strappo, è una mancanza fisica che mi fa stare in apnea, una mutilazione. Continuo a lanciare occhiate doppie, pensare per 4, contare le teste e non trovarmi con i conti.

Forse, alla soglia dei 30, dovrei imparare ad apprezzare gli indiscutibili vantaggi di un sano pianto consolatorio. Invece ho deciso di crogiolarmi nella nostalgia nel modo che meglio mi si confà, organizzando feste alcoliche alla Maison (ovviamente con i genitori degli altri pinguini, che più che una classe, sono ormai una Comune) e preparando un maestoso comitato di accoglienza per il ritorno dei piccoli.

Tanto di saggia, in famiglia, ne basta una.