lunedì 17 novembre 2014

Sabato al Parco Ventaglieri, Napoli

Vi confesso che la foto l'ho presa da Google immagini, perché sono una notoria testa di cazzo, la reflex era a casa, l'ipad scarico, e che vogliamo fare? Quindi se a qualcuno venisse in mente di rivendicare i suoi diritti su quest'immagine è pregato di contattarmi e io sarò ben lieta di rimuoverla e rubarne un'altra su quel meraviglioso luogo che è il web. Nel caso in cui al soggetto sopracitato venisse in mente di denunciarmi, voglio dirgli che prima di tutto la fila di querulomani che si sono accaniti contro di me è inspiegabilmente lunga, quindi avrà un bel da fare, inoltre che ho un avvocato bravo, ma bravo bravo che gli farebbe un mazzo a tarallo. Chiaro? Con osservanza.

Io adoro i sabato sera che prendono una piega inaspettata.
Perché se c’è una cosa profondamente ingiusta a questo mondo è il dover dedicare il sabato, così agognato, a spesa, pulizie, panni stesi e altre faccende poco amene.
Capisco pure che un sabato intero dedicato all’organizzazione serratissima, mi consente di avere una settimana meno gravosa, con un recupero sulla mia tabella di marcia di ben un quarto d’ora, che (brivido lungo la schiena) posso spendere per far asciugare per benino lo smalto e non andare in giro con le unghie tutte sbeccate (perché neanche le goccine di Essence possono contro le fantasiose urgenze che inventano le sorelle veleno quando stendo la lacca).

-Un quarto d’ora super lusso durante una settimana infernale val bene un sabato a piegare vestiti, cucinare lo scibile e far partire lavatrici come un automa, quindi sbrigati signorina. – dice la saggia Rottermaier che vive in me ed è l’unico motivo per cui riesco a sopravvivere a questo turbinio.


-Mammt- risponde la svagata classe ’86 che ogni tanto cerco di assopire, ma che nei momenti più inopportuni balza fuori in tutta la sua smandrappatezza.

Mentre le mie voci di dentro lottavano per l’egemonia, è giunto inaspettato l’invito per una festa pomeridiana al Parco Ventaglieri dall’amica Antonella. Le mie figlie messe dinnanzi alla scelta tra la festa nel parco e la spesa alla Coop, hanno urlato di gran lena: COOOOP!

Delusione.

Vergogna.

Costipazione.

Roba che mi costerà una decina di sedute di analisi: il sangue del mio sangue che sceglie l’alternativa più becera e consumista, snobbando un evento selvaggio e mondano.

E così fu che ho piazzato i 15 chili di bucato ad ammuffire in un cesto al centro del corridoio, ho lasciato un topo triste a piangere di fame nel frigorifero vuoto, ho fatto una piroetta sul letto sfatto, ho preso prole e marito e ho accettato l’invito dell’amica Antonella.
Il parco succitato è di una rara bellezza decadente, nel bel mezzo del quartiere Montesanto , che è ruvido e inospitale. Al centro vi è un unico scivolo di legno, che non sia mai che a qualche bambino venisse in mente di utilizzarlo, si ritroverebbe con le terga tutte grattugiate. In compenso, c’era una concentrazione tale di madri giovani e allegre da mettere in dubbio la veridicità delle statistiche sulle nascite. 
Può sembrare azzardato ma c’è stato un istante, breve sia chiaro, in cui mi sembrava di stare nel bel mezzo di Parigi, in quello sputo di verde organizzatissimo al centro del Marais dove i bambini scorrazzano allegri, mentre le mamme chiacchierano e i padre giocano a ping pong (no, vabbè,  il ping pong a Ventaglieri latitava, però in compenso c’erano molta birra). 
Certo, noi abbiamo dovuto sistemare il passeggino in un punto strategico per evitare che lo rubassero; abbiamo dovuto salire 500 gradini (croce delizia di una città arroccata) perché l’ascensore è ferma dal 2005; e abbiamo dovuto anche fare un paio di antitetaniche alle bambine, perché il parco non è che rispetti tutte le norme CE . 
Però tornando a casa eravamo tutti allegri e siamo andati a prendere anche lo spritz a Bellini e davvero mi sembrava di stare in un posto bello dove crescere i figli. 

(La verità è che Parigi mi ha devastato e debbo ancora riprendermi. Se qualcuno vuole strapparmi via questo ridicolo basco dalla testa e questa baguetta dall’ascella, gliene sarò infinitamente grata)