martedì 22 luglio 2014

Le chiamano vacanze #3 - Procida

                                


La famiglia Cataratta in versione insolitamente ridotta, ha riempito una carovana, ha piazzato i due gatti ritrosi alla nonna e si è imbarcata allegra e gaudente, approdando dopo appena 45 minuti di navigazione sull'isola selvaggia per eccellenza: Procida.
Perché ogni volta che nella mia vita ho pronunciato Procida, il mio interlocutore di turno ha risposto puntuale: -Bella Procida, è selvaggia.-
Cosicché io, cullandomi nella mia inconsapevole ignoranza avevo immaginato la terza isola del golfo come ricca di vegetazione e scarsamente urbanizzata, selvaggia ovvero selvatica.
Mai avrei potuto immaginare di cadere nella trappola di una sineddoche, ché si sa che le figure retoriche sanno essere davvero balorde.
Quindi appena sbarcata ho dovuto constatare che, contrariamente alle aspettative, l'isola di cui sopra è mediamente civilizzata, il problema vero sono gli autoctoni, fieri della loro ruvidezza, inospitali e odiosi, appunto selvaggi. Io pure li capisco 'sti Procidani, che assistono alla inesorabile invasione di noi, barbari turisti (per la verità non della peggiore specie), che al meglio si portano le vettovaglie da casa pur di non spendere neanche un centesimo in loco. Però dico pure, cari Procidani, usate un po' di gentilezza quando ci sbattete sui musi increduli le porte delle vostre botteghe aperte rigorosamente fino alle ore 13, quando ci sbalzate contro i muri dei vicoli stretti con i vostri taxi senza tassametro per il solo gusto di vedere i nostri gomiti sanguinolenti, quando ci servite nei bar acqua tiepida, perché sperate che la disidratazione abbia la meglio sulle nostra stanche membra, quando invocate un aumento castratorio dei prezzi del biglietto dell'aliscafo, trattateci da essere umani, ecchecazzo. Una cosa però apprezzo di Procida: gli autobus. Sono minuscoli, senza sospensioni, sgangherati, incredibilmente vintage, quasi esotici (pare di stare a Cuba nel post embargo). Se a questo poi aggiungete la guida disinvolta e sportiva della maggior parte degli autisti, capirete il motivo per cui le mie figlie non mi chiedono più di andare al luna park.
Dicevamo, la famiglia Cataratta è ufficialmente in villeggiatura, come non si vedeva dall'inizio degli anni '90, con tanto di babbo che torna nel weekend (perché la citazione Nobraino, ve la dovete beccare in ogni post). Se vi state chiedendo come la sottoscritta, notoriamente restia all'italiota vacanza riesca a sopportare un mese sotto al solleone, con la sabbia che invade ogni orifizio, l'abbronzatura obbligatoria, il tanfo di olio di cocco, e una connessione traballante, ecco che vi svelo il mio segreto: a condividere con me il peso di un soggiorno marittimo coatto, con prole al seguito, c'è la Bigmessedupmum di cui ho ampiamente discettato qui
Non lo credereste mai, ma nonostante la levataccia mattutina (perché i bioritmi degli infanti sanno essere crudeli anche a luglio inoltrato), nonostante i pasti da organizzare, i secchielli da trascinare ogni giorno sui passeggini già stracolmi di ogni bendiddio, nonostante le zanzare e il caldo e la sabbia, nonostante i Procidani e i loro pullman che non passano mai, qui c'è gente che sa divertirsi, c'è la birra sempre in fresco e una brace in giardino che merita di essere utilizzata quanto prima. 

Le chiamano vacanze.