giovedì 24 aprile 2014

Cataratta vs pannolino: una storia dall'esito incerto


Matilde è una bambina sensibile e forte, dolce e saggia.
Mi guarda da sopra le lenti rosa, fa un paio di smorfiette, poi si fa seria all’improvviso, mi inchioda alle mie responsabilità di genitrice tuonando:
“Mamma Egle deve levarsi il pannolino perché è grande”.

 Eh sì perché il controllo degli sfinteri della mia primogenita fu un percorso lungo e tortuoso, durato un anno intero e costellato di brucianti fallimenti (per me ovviamente). Quindi forte dell’esperienza, avevo deciso che con la seconda figlia avrei aspettato perlomeno il terzo anno di vita e solo dopo una sua esplicita richiesta. Ma non avevo fatto i conti con Matilde .


 Proprio mentre iniziavo a balbettare qualche scusa, mi ha risollevato:
"Non ti preoccupare, ci penso io."
Quindi tutti i pomeriggi Matilde sposta il vasino nel corridoio, denuda la sorella con gran cura e cerca di spiegarle i benefici della cacca nel vasetto. Egle dal canto suo ride molto, ogni tanto le concede una cacchetta al posto giusto, per il resto del tempo va spisciazzando in giro con somma soddisfazione. Matilde, che è una tosta, non perde pazienza e speranza.
-No Egle, tu sei grande! La devi fare qui!


L’iniziazione procedeva bene, fin quando non sono intervenuta io. Una bella mattina, dopo una settimana chiuse in casa a causa di uno sciame di virus che abbiamo saputo palleggiarci con una estenuante turnazione, quasi pronti per metter piede fuori casa e raggiungere i nostri rispettivi posti di comando, Egle fa un’imprevista cacca nell’ultimo pannolino disponibile. Inutile dire che il quartiere dove abito non si sveglia prima delle 8.30, quindi Fabio si è rifiutato di fare la questua ai citofoni delle mamme più preparate di me (cosa che peraltro ci è capitato persino durante un concerto dei Nobraino, perché, sì, io sono una di quelle mamme che organizza trasferte senza il bagaglino con il cambio).

 Negozi chiusi.

 Ritardo mostruoso.

Occhei, mi esibisco nell’assemblamento di un ciripà fatto in casa. Prendo una mutandina di Matilde e la imbottisco con una lavetta di ikea. Ovviamente tutto il tragitto fino a scuola è stato costellato di una fitta serie di raccomandazioni a Egle (per quanto mi diletti don il Do-it-yourself, sapevo che la tenuta del mio ecologico pannolino era quantomeno precaria). Raggiunta la classe miracolosamente asciutti, un manipolo di signore, impietosite per le condizioni di mia figlia, si è prodigata per procurarle un dignitoso usa e getta.
-Pericolo scampato- pensavo io ignara delle conseguenze psicologiche che il fatto aveva provocato su mia figlia.
E ora devo narrarvi anche l’antefatto: qualche mese fa, mia madre aveva deciso di trascorrere il weekend con le sue adorate nipoti, in un paese con più pecore e meno anime, sul pizzo di una montagna gelida nel beneventano. Visto che la genetica non è un’opinione, naturalmente la madre (lei) di tale figlia (io) aveva dimenticato i pannolini di Egle.
-Che sarà mai- pensò prima dell’arrivo della diarrea. Perché quando l’escherichia ci mette lo zampino non ce n’è per nessuno. Sul momento Egle pareva per niente scossa dallo sguazzare in un mare di merda, ma evidentemente il suo cervello di duenne ha registrato l’evento come un fatto assai scabroso.

 Quando si è trovata nuovamente sprovvista del suo feticcio di ovatta e plastica, ha ritenuto assai saggio bloccare la sua attività intestinale.
Per tre giorni.
Tre giorni senza neanche fare una puzzetta, nonostante a quel punto io avessi riempito la dispensa di un intero cartone di pannolini. Ma, si sa, la natura chiama, e arrivò il mal di pancia. Io che sono una mamma piuttosto distratta, non mi sono minimamente resa conto del suo piano malefico per evitare di fare la cacca. Quando l’ho vista attaccata al termosifone con la faccia sofferente ho pensato (sbagliando): - Povera figliola, ma tu sei stitica e non riesci a fare la cacca! Vieni qua che ci pensa mammina.-
 E via di seguito con supposte di glicerina. Lei che intanto combatteva strenuamente contro lo stimolo, sentendosi sommergere da un mare di glicerolo, ha pianto tutte le sue lacrime e alla fine tra urla sguaiate ha dovuto cedere al richiamo della natura. È stata una seduta traumatica ed estenuante.  Da quel giorno, Egle guarda con profondo odio il gabinetto e continua a preferire il pannolino per le sue deiezioni. 
E io sono una madre degenere.

Domani approfittando del weekend lungo e libero da impegni, ho deciso di riprovarci. Pretendo le parole di conforto accorato, una bottiglia di gin, un chilometro di carta assorbente come quelle che si vedono in pubblicità e uno psicanalista.
Vedete come dovete fare.