venerdì 12 aprile 2013

Lavori in corso. L'incubo.




Quando ero una giovane e rampante universitaria (badate, non molto tempo fa), si alternavano a passo di giava solo due stagioni: il periodo pre-esame e il periodo post-esame.
La prima fase durava in media una quarantina di giorni, durante i quali l’unica attività era uno studio matto e disperatissimo con progressiva e inesorabile alienazione, una vera e propria discesa negli inferi.


Giacevo sul letto sfatto, con un pantalone della tuta (che, povero, non ha mai trovato utilizzo migliore), un maglione da penitente, in posizione Penseur, accumulando intorno a me chili di fogli, pile di libri, qualche brufolo, arcobaleni di evidenziatori, liste (e, massimo della perversione, liste di liste), ma soprattutto sporcizia. Eh sì perché allora seguivo l’assurda credenza che l’acqua lavasse via anche le nozioni che avevo malamente stipato, quindi una settimana prima dell’esame, allo scoccare del countdown, imboccavo il tunnel del degrado. 
Il giorno dell’esame mi trascinavo alla meno peggio in aula, avendo cura di risultare appena decente (in preda al puro delirio, venivo trascinata coercitivamente da qualche anima pia, che non citerò in questa sede).
Superato l’esame (il sistema era collaudato, il buon esito era una costante), novella Proserpina, ritornavo alla luce.  Era una resurrezione, con tanto di catarsi. Il giorno dopo una notte pesta.

Durante la fase post esame, ero sempre a zonzo, tra teatri e cinema, con makeup impeccabile e sorriso svagato, frenetica e luminosa. Per non perder tempo e ragione, seguivo pedissequamente l’unico testo scritto in cui ho mai creduto: “lista di cose da fare dopo l’esame".
Un giorno, seguendo la suddetta, mi ritrovai a Barcellona, ma questa è un’altra storia.

Insomma tutto questo per dire che io pensavo che quell’ebbrezza da libertà ritrovata dopo un periodo di impegni che ti schiacciano, quando l’aria fresca nei polmoni risulta una novità e anche un debole sole ti fa socchiudere gli occhi, fosse una di quelle sensazioni che non proverai mai più una volta raggiunta l’età dell’emancipazione.Speravo che i ritmi iventassero monotoni, ma costanti.

E invece mi sono dovuta ricredere (se pensate che in questi ultimi dieci giorni di assenza io sia stata in carcere, la risposta è no, anche se la cosa non avrebbe suscitato alcuna meraviglia).

Ho deciso di dedicarmi spirito e corpo ad un’attività che rimandavo da tre anni ormai: il lavori di ristrutturazione. Mi sono barcamenata senza sosta tra lavoro e gestione di muratori polverosi e distruttivi. Non ho indossato tuta e maglione da penitente solo per decenza, ma la dedizione e conseguente obnubilazione sono state le stesse. In questi dieci giorni, ho alzato cardarelle piene di materiale di risulta, ho ricevuto telefonate di improperi dai vicini, respirato l’intonaco caduto, mangiato panini a pranzo e cena, usato il bagno per pochi e fugaci momenti, ho guidato per chilometri con a bordo le bambine e gli operai che giocavano con le carte degli animali e ogni tanto si appisolavano sui sedili Ho rimandato tutti gli incontri interessanti, tutte le attività ludico-ricreative che mi impongo, tutte le frivolezze, ho rimandato tutta me stessa.
Mi aspetta ancora una settimana di polvere e mazzole, ma sento che manca poco alla resurrezione.

Siate pronti.