giovedì 7 giugno 2012

Io lavoro a Volla.


A Volla, il rumore di una grossa macchina che sgomma sull'asfalto e la puzza di gomma bruciata sono il segnale: De L. sta arrivando.

Si piazza davanti alla farmacia, dopo aver sbattuto contro il palo della luce, sale con una ruota sul marciapiede, poi inchioda.
Non ci sono dubbi, è proprio lui.
Tra i fumi del motore, De L. spunta, minuscolo e lento, con le dita di cera che reggono una bombola dell'ossigeno. Ha le orecchie appuntite da Gollum e gli occhi acquosi come un Sad Sam lisergico.

De L. è stato uno dei primi clienti ad entrami nel cuore.

Ha un enfisema polmonare, uno spruzzo di diabete, la pressione ballerina, una cataratta, un figlio un po' strano. Ma morirà spalmato su qualche guardrail, come un ventenne di sabato sera.

Trenta agosto duemilaundici
"Ciao, dottoressina" sussurra.
"De L. che piacere vedervi, come avete trascorso le vacanze."
"Bene, anzi benissimo. Sono stato da Auchan."
"Il supermercato?"
"Sì lì c'è l'aria condizionata, e la gente è gentile. Ogni tanto mi concedevo anche un gelatino."

De L. da qualche mese non può più uscire di casa. La bombola è diventata troppo pesante e il respiro si interrompe sempre più spesso.
Ma non manca mai di allietare le mie mattine con telefonate ai limiti dell'assurdo.
"Dottoressina, non trovo mia figlia, sapete dov'è?"
La tentazione di rispondere "No, De L. dopo i 18 anni li lascio liberi di andare dove meglio credono" è grande, ma desisto.

"Dottoressa, potete procurarmi un'ambulanza a pagamento"
"Che vuol dire a pagamento? Vuole che chiami il 118?"
"No, il 118 mi porta all'ospedale Apicella e lì, con rispetto parlando sono dei cornutoni. Io voglio morire al Loreto, così guardo perlomeno il mare."
E io penso che quel giorno lì io sarò molto triste. E le strade di Volla molto più sicure.